L’hype che si sta creando attorno all’attesissimo flash di Versace per H&M mi porta a riflettere.
Se da un lato l’idea di rendere un brand di lusso abbordabile ha una sua connotazione democratica, dall’altro, secondo me, l’oggetto (abito, accessorio o calzatura che sia) in quest’operazione perde gran parte del suo fascino e, paradossalmente, la sua “aura” di lusso.
Perché acquistare un capo di un certo tipo è un’esperienza, a parer mio, che non ha nulla a che fare con le code fuori da un megastore, l’assalto di femmine infoiate che litigano per accaparrarsi un pezzo griffato ed arrivano, magari, a rivenderlo con ingiustificati ricarichi in asta su eBay (mi è capitato, in passato, di vedere t-shirt Lanvin per H&M raggiungere quotazioni spropositate…)
Ché poi, diciamocelo, all’occhio esperto sarà palese ed evidente che il capo Versace in questione appartiene ad una collezione concepita per essere offerta al pubblico di un retailer come H&M; quindi no, non mi vedrete sgomitare per un braccialetto in carta che mi faccia da lasciapassare per una collezione che, a mio avviso, di lusso non ha che il pretesto e la patina.
Magari un’operazione come quella di Gualtiero Marchesi e MacDonlad’s la comprendo e la sposo. In fondo lo chef italiano per eccellenza, a ottantun’anni, può anche permettersi di giocare e firmare fast food, pensato con ingredienti della tradizione del Belpaese. Soprattutto, lo chef Marchesi dimostra di poter associare il suo nome a cibo buono (nonostante sia ristorazione veloce e di massa). Vedo in questa iniziativa una porzione anche, se vogliamo, educativa; tesa alla riscoperta di sapori e abbinamenti che vadano oltre al solito hamburger-formaggio-insalata-pomodoro.
Eppure, davvero, non riesco a cogliere l’utilità (beninteso, per il cliente finale) nello sfoggiare un capo firmato acquistato da H&M, senza il lusso (quello vero, sì…) di essere in una boutique, seguita da assistenti solerti, con calma, senza dover ringhiare davanti alla cassa o affannarmi ad arraffare abitini che, senza il blasone della medusa, non avrei nemmeno considerato
Spero solo che questa moda del lusso a basso costo non travolga la cosmesi, che resti vanità di vanità soprattutto nel settore del lusso, come suo ambiente fisiologico e naturale di superflua esuberanza e opulenza.
Perché se è vero che ho sentito dire a delle ragazzine intente a mangiare un panino “Ma che film ha fatto sto Marchesi?!” non so come reagirei nel trovare tra gli scaffali di un retailer la limited edition, per ipotesi, di Chanel o Yves Saint Laurent o Dior o Givenchy per Essence.
Mi ritrovo infine a pensare che, anche in questo, forse il mondo beauty ha una marcia in più. Posso quindi cercare di interpretare e riprodurre il make up visto in passerella con i prodotti che più preferisco, acquistati nelle migliori profumerie di Milano o nella grande distribuzione, alla fine quel che più conta è il risultato. Perché il make up ha la grande capacità di trasformarci tutte in stiliste della nostra personale identità, spesso trascendendo pure le marche. Artiste di noi stesse. Non è forse questo un lusso che non ha prezzo?


Qui una carrellata di foto tratte da Corriere.it relative allo store H&M di Bologna http://corrieredibologna.corriere.it/fotogallery/2011/11/HM/coda-alba-hm-versace-1902213246912.shtml#2
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